La Solitudine (in tempi di pandemia)


Il periodo che stiamo vivendo, anche se osservando il nuovo Ddl sembra che stia per finire, ha portato con se degli strascichi non indifferenti. Uno tra questi è un sentimento di “solitudine” decisamente diffuso.

Che cos'è realmente la solitudine e perché sotto lo stesso termine vengono inserite tante sfaccettature diverse, alcune che non riguardano la solitudine vera e propria?


Vediamo innanzitutto la sua etimologia: dal lat. sòlus - che sta da per sé, che non è accompagnato da altri – derivazione: solitudine. Mentre il vocabolario Treccani dice: La condizione, lo stato di chi è solo, come situazione passeggera o duratura.

Come possiamo osservare, in nessuno dei due casi è espresso un disagio. È la sola constatazione dello stare soli.


Allora perché viene espresso come disagio?

Quello che ci interessa ai fini del nostro percorso di consapevolezza, è il fatto che il concetto di solitudine, cioè dello stare soli, ti mette a confronto proprio con te stesso.

Jung la concepiva come una parte fondamentale del processo di individuazione.

Quindi visto che spesso non ci si conosce realmente, il fatto di stare soli provoca disagio, perché escono cose che non si conoscono o che non si sono mai volute osservare.


Da una ricerca fatta in tempi di pandemia, sono proprio gli under 35 a soffrire di più di questa “patologia”. Ed è presto detto: questa fascia d'età vive in una società iperveloce, iperconnessa, che non ti permette assolutamente di guardarti dentro e coloro che lo fanno, sono gli emarginati, gli strani, quelli che non seguono la tendenza iperesteta. Lo scopo è quello di creare tanti soldatini che seguano senza pensare, senza domandare, senza il dubbio.

A prescindere da come la si pensi, il dato fa emergere una mancanza di messa in discussione, di introspezione vera.

Coloro che hanno sofferto meno di questa “solitudine” sono gli over 55, quelli esterni quindi alla tecnologia, quelli che hanno vissuto un'altra epoca.. l'epoca della connessione umana!

Non solo, osservando empiricamente le varie chat d'incontri, molte persone scrivono “io non ho mai frequentato x chat, ma sono qui per noia”.

Cosa stanno dicendo realmente tutte queste persone e perché è così importante da comprendere?


Noi siamo Esseri fatti di energia, tant'è che nel cibo noi calcoliamo le calorie che immettiamo. Ma l'energia di cui abbiamo bisogno, non si prende solo attraverso il cibo, ma anche attraverso la meditazione, la lettura, l'arte, l'interazione con gli altri, la natura, le esperienze, ecc.

È vero molte di queste ci sono state precluse, ma altrettante erano possibili anche in piena pandemia. Leggere un libro, che ti obbliga ad immaginare, per visualizzare nella mente quello che l'autore scrive, apporta al nostro essere tanta energia, perché riguarda l'emisfero destro, quello della spiritualità e della creatività. Il cellulare, i social e tutto ciò che riguarda la tecnologia, non fa altro che togliere quell'energia. Se non viene immessa in altre maniere, andiamo ad impoverirci, quindi in qualche modo dobbiamo reimmeterla. Come?


Qui si aprono diverse strade: a seconda del carattere della persona una potrebbe essere quella di creare maggiori litigi, per esempio. Un modo classico di rubare energia all'altro è litigare. Infatti dopo un litigio “inutile” hai mai sentito la sensazione di sentirti svuotato? … Ecco quello è perché hai “regalato” la tua energia. Questo aumenta il senso di solitudine, anche con le altre persone, soprattutto in tempi di convivenza forzata (i divorzi sono aumentati del 95%!)


Un altro modo è quello di fare le vittime, per esempio lamentandosi o facendo sentire in colpa l'altro.


Chiudersi in se stessi andando ad alimentare maggiormente il circolo vizioso della “solitudine”.

O ancora il fatto di riempiere quello spazio con passivo-aggressività da web: i famosi leoni da tastiera, o quelli che scrivono insulti o cercano di attirare l'attenzione in ogni modo.

Questi sono tutti modi di “rubare energia” in tempi di pandemia. Ce ne sono ovviamente altri, che in questo frangente eviterò di trattare, perché non riguardano il periodo specifico.


Per tornare al concetto di solitudine, in quanto disagio, quello che è fondamentale, per ognuno di noi, è quello di fare i conti con se stessi, andare a portare quanta più luce possibile ovunque ci sia buio. Perché la solitudine è una condizione molto importante, ci permetterebbe di ricaricarci o di evitare di essere “vampirizzati”, di conoscerci meglio, di scoprire nostre nuove passioni o interessi, di informarci e di accrescere il nostro Essere, anche attraverso la conoscenza.

Se la ricerca dell'altro diventa estrema, c'è necessità di scavare dentro se stessi, se invece al contrario la solitudine diventasse una necessità, allora significa che c'è un “problema” con l'esterno.

L'equilibrio, in una situazione del genere, è fondamentale per la “propria sanità mentale” e aggiungo anche animica e corporale. Non è un caso infatti che molte persone siano ingrassate in questo periodo, infatti il cibo è un modo, come ti ho detto all'inizio, di immettere energia.


Come fare ad immettere energia in noi stessi e quindi smettere di provare solitudine come disagio?

Il Life Helping in questo è fondamentale: conoscere e riconoscere i propri bisogni ed espletarli tutti!