Vincere - Esser Vinto



Il dualismo è ciò che, in quanto esseri umani, affrontiamo nella vita reale. Tutta questa realtà è duale e si possono fare milioni di esempi. Quello che li racchiude tutti ci viene fornito dal taoismo, ed è Yin – Yang.

Il primo dualismo su cui voglio porre, e farti porre, l'attenzione è quella del “vincere” e, come sua dualità, vinto o sconfitto.

Spesso, come contraltare, si usa “perdere”, ma ha un altro significato (dal lat. pérdere. mandare a male, quindi consumare, dissipare, scialacquare, distruggere, come conseguenza restar privo di alcuna cosa già posseduta).

Come sempre andiamo a comprendere il significato della parola: dal lat. vinc-ere la cui origine potrebbe essere vincìre cioè legare (vinculum - catena), onde il vinto sarebbe il nemico legato e condotto in servitù. Ottenere il fine della guerra; superare l'avversario in battaglia, e più genericamente in qualsiasi tenzione, anche morale; altrimenti sconfiggere, mettere in rotta, sopraffare, debellare, domare, soggiogare.

Si può usare anche sconfiggere: dal lat. exconficere propriamente finire per estens. consumare, logorare. - abbattere superare compiutamente qualsiasi avversario e particolarmente il nemico in battaglia.


Ottenere il fine della guerra. Sopraffare. Domare.

Dall'altra parte ovviamente, la persona si sente sopraffatta, domata, soggiogata.


A tutti piace vincere.

A nessuno piace essere vinto o sconfitto.

Lapalissiano no?


Quindi visto che chi più, chi meno, tutti hanno provato il senso della sconfitta, il sentirsi abbattuti, maggiore sarà il numero delle volte che ci si è sentiti in questa maniera, maggiore sarà la voglia di “rivincita”.

Ed è a questo punto che iniziamo il nostro focus.


L'idea della vittoria o della sconfitta, contiene in sé un concetto proprio del maschile o del testosterone, cioè il senso della competizione. Questo non significa che solo gli uomini competono, anzi, ma è propria della parte maschile dell'essere umano, che è contenuta anche nelle donne.

Cosa significa competere? Convergere nel medesimo punto, i cui sinonimi sono gareggiare, concorrere, disputare. Quindi se io e te stiamo competendo, il nostro scopo è arrivare nello stesso punto per primi. Il primo vince, il secondo perde.


Si dice che il secondo, sia il primo degli sconfitti.


Questa è la mentalità dell'ego, non trovi?

Solo il primo, tutti gli altri sono sconfitti.

Quando si fa una competizione, è normale che ci sia una persona/squadra/entità più forte, mentre qualcuno meno. La competizione, così come ne ho parlato nel post precedente, si basa sulla meritocrazia. Ma anche sul miglioramento, sul sacrificio, sulla conoscenza, sulla creatività, sull'istinto e anche su quella che comunemente viene chiamata fortuna (di questa te ne parlo settimana prossima).


Io competo, per non essere autoreferenziale, per mettermi in gioco, per comprendere meglio me stesso, per comprendere meglio i miei limiti. Limiti che se non conosco, non posso in alcun modo superare. Noi, in quanto esseri umani, apprendiamo per contrasto (anche di questo te ne parlerò approfonditamente più avanti) per questo abbiamo necessità di competere, quindi di comprendere dove sono i nostri limiti.

Qualche settimana fa, in un'intervista, Daniel Ricciardo, un pilota di formula 1, odierno pilota della McLaren, ad una domanda sulle differenze tra la sua attuale e le precedenti macchine (HRT, Toro Rosso, Red Bull, Renault) ha risposto: “È incredibile vedere come tutti arrivano agli stessi risultati ma prendendo strade diverse”.

Questa è competizione. Arrivare allo stesso punto seguendo strade personali, diverse e vinca il migliore.

Quando competo, posso osservare cosa fanno gli altri, imparare anche se sono arrivato secondo. Scoprire dove sono i miei limiti e tornare a lavorare.

Lo posso fare anche se arrivo primo.

Perché?

Perché la perfezione assoluta, non esiste. Se oggi sono arrivato primo, non significa automaticamente che domani lo sarò. Devo continuare a “lavorare” duramente per continuare a mantenere la mia posizione di vertice. Il bello è nella competizione non nella vittoria in sé.

Credi che io sia matto?


Quanto dura la felicità per aver vinto? Un'ora? Una giornata? Una settimana?

Semmai dovessi generare appagamento, cioè restare pago, ti beerai di quella vittoria e resterà unica, perché non avrai più l'intenzione di continuare a migliorare, a lavorare, quindi a competere.

Quindi dopo la vittoria, si festeggia e si ricomincia. Giusto?

Una squadra come la Mercedes, in formula 1, o la Juventus che hanno vinto entrambe per molti anni di seguito, come fanno a continuare a “vincere”?

Evitano di generare appagamento. Continuano a competere.

Poi quello che fa la differenza è COME si vince.

Ed è qui che si entra nella dualità.

Se io voglio vincere a qualsiasi costo, non come merito, ma come narcisismo, allora cambia tutto.

Se la vittoria diventa “politica”, non è più competizione. È una truffa ai danni degli altri concorrenti. Nello sport, come proprio in politica, come nella storia, ci sono tantissimi esempi di questo. Il primo che mi viene in mente, proprio avendo nominato la Juventus, è “calciopoli”. Oppure Lance Armstrong, che vinse tutto essendo iper-dopato. In politica le vittorie con i brogli e il sistema clientelare, tanto caro alla mafia.


Competere quindi è necessario per trovare il proprio posto nel mondo. Si può vincere e si può venir vinti. Questo non dovrebbe MAI intaccare minimamente l'Essere. Nessuno dovrebbe venir misurato come Essere, da una vittoria o da una sconfitta.